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L'eroe: la gloria di Achille e il coraggio dei Lakota

Parallasse·17 luglio 2026·4 min di lettura

Quale sarebbe l’atto più coraggioso di un guerriero, se non fosse uccidere il nemico? E se il vero valore consistesse nell’avvicinarsi al nemico armato, sfiorarlo con la propria mano e tornare indietro sano e salvo?

Per i Lakota, popolo nativo delle Grandi Pianure del Nord America, era esattamente questo. Il loro onore più alto non stava nell’uccidere, ma nel toccare e restare in vita.

Nelle stesse epoche, all’altro capo dell’Egeo, un altro eroe sceglieva l’esatto contrario: una vita breve, pagata con la morte, ma una gloria eterna.

La storia eroica di una civiltà rivela, in fondo, dove quella civiltà colloca il senso. In queste pagine guarderemo insieme al mondo dell’Iliade di Omero e alla vicenda del guerriero Lakota.

Il coraggio che tocca e ritorna

Nella tradizione Lakota il segno più alto di coraggio non era uccidere il nemico. Il guerriero si avvicinava al nemico armato, lo toccava e fuggiva senza riportare ferite.

Questo sistema d’onore aveva al suo interno una graduatoria sottile. Rubare il cavallo di un nemico, sottrargli l’arma, infiltrarsi nel suo accampamento e tornarne indietro: ognuna di queste imprese era una distinta onorificenza di coraggio. Ogni contatto veniva segnalato con una penna d’aquila o con simboli ricamati sulle vesti; così le imprese passate di un uomo si leggevano dai segni cuciti sui suoi abiti.

L’adrenalina di stare vicino al nemico, in contatto con lui, valeva più onore che ucciderlo o morire combattendo. L’intero sistema premiava non la morte, ma il coraggio. Lo scopo non era annientare il nemico, ma attraversare la paura e tornare vivi.

Qui il coraggio non è “potere di distruggere”, ma “volontà di mettersi a rischio”. Conta il contatto, non il risultato. Per una mente abituata alla logica moderna del “vinci distruggendo”, è un’equazione quasi rovesciata.

Cercare l’immortalità nel testo scritto

Nel nono libro dell’Iliade ad Achille si offrono due strade: una vita lunga ma comune, oppure breve ma di gloria immortale.

Lui sceglie la seconda, e per questo muore. Il nome greco della gloria che sceglie è “kleos”: l’eco della voce di un uomo che risuona anche dopo la sua morte.

Nella tradizione omerica è esattamente questo a fare dell’eroe un eroe: Achille sceglie di allungare non la propria vita, ma la vita del proprio nome. Nell’Iliade di Omero, Achille si rende degno di una gloria senza fine.

Il paradosso è questo: la madre di Achille, Teti, aveva davvero tentato di renderlo immortale, senza riuscirci. A rendere Achille immortale non furono dunque gli dèi, ma i versi del poeta Omero.

È la stessa intuizione che secoli dopo Ugo Foscolo affiderà ai Sepolcri: a strappare gli eroi all’oblio non sono gli dèi, ma la parola del poeta. Non a caso Foscolo chiude proprio evocando Omero e i caduti di Troia.

Nell’Odissea, quando Odisseo discende nel regno dei morti, incontra l’anima di Achille. E lì il grande eroe dice qualcosa di sorprendente: preferirebbe fare il bracciante alle dipendenze di un povero contadino sulla terra, piuttosto che regnare su tutti i morti.

Così l’uomo che aveva scelto di morire per la propria gloria, dopo la morte si pente di quella scelta. Omero getta in questo modo un’ombra sottile sul suo stesso ideale eroico: il kleos, la gloria, vale davvero ogni cosa?

È questa la domanda di fondo della storia eroica dell’Occidente. Vale la pena morire per la grandezza?

Sarà una domanda che Roma raccoglierà e rovescerà. Marco Aurelio, imperatore, annota per sé che anche chi ricorda presto svanisce, e che perfino la fama più duratura resta breve. La stessa gloria che per il greco era tutto, per lo stoico è polvere che il tempo disperde.

Questa idea aveva penetrato il mondo greco così a fondo da plasmare ogni cosa. Le gare olimpiche, i concorsi di poesia, le dispute filosofiche: tutto si nutriva dello stesso impulso. Farsi vedere, vincere, essere ricordati. La città-stato competitiva, la polis, aveva trasformato l’emergere del singolo in un’aspettativa sociale. Per un greco la sciagura più grande non era la morte, ma svanire senza lasciare traccia; non essere mai nominati equivaleva a non essere mai esistiti.

Eppure conviene ricordare che questa equazione non era affatto universale. Negli stessi secoli, in Cina, Zhuangzi insegnava l’esatto contrario: “sedersi e dimenticare” (zuowang) era una virtù, perché quanto più l’uomo dimenticava il proprio nome, il proprio titolo, persino se stesso, tanto più si avvicinava alla propria essenza e al Tao. Mentre il greco dava la vita pur di essere ricordato, il saggio taoista abbracciava l’oblio come una liberazione.

Mettendo le due tradizioni una accanto all’altra, affiora una domanda. Un uomo disposto a morire per essere ricordato è davvero libero? Achille non teme la morte, è vero, ma è terrorizzato dall’oblio. Il guerriero Lakota rifiuta in partenza questa seconda paura, perché nella sua visione del mondo è la terra stessa a ricordarti. Sui social milioni di persone inseguono una sorta di kleos moderno: competono per essere visti, apprezzati, ricordati. Il desiderio di Achille, che il suo nome sia detto in eterno, riecheggia oggi nel numero di follower e nel sogno di diventare virali.

È qui che si annida la radice della differenza. L’eroe greco cerca di conquistare l’immortalità da solo; l’eroe Lakota cerca invece una scarica di adrenalina che dona esperienza e orgoglio.

S.K.C. scritto a Vienna il 15 giugno 2026.

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