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Oriente × Occidente

La follia tra i sufi e i Lumi: due sguardi sullo stesso uomo

9 luglio 2026·7 min di lettura

Nel Settecento, il Bethlem Hospital di Londra — quel luogo che il popolo aveva ribattezzato “Bedlam” — riceveva circa 96 mila visitatori all’anno. Non venivano per curarsi. Pagavano un penny, entravano, passeggiavano tra i malati di mente incatenati e osservavano le loro reazioni come uno spettacolo serale.

Nello stesso secolo, in un’altra geografia, in una tekke sufi, un uomo che sembrava aver perso la ragione mondana veniva accolto con rispetto, e nelle sue parole si cercava un segno divino. Stessa condizione. Due risposte diametralmente opposte.

La follia comprime tutto in un’unica domanda: dove finisce il confine della ragione, e dove comincia l’essere umano? La tradizione sufi dell’Islam e l’Europa dei Lumi si scontrano esattamente su questo punto.

L’uomo che recitava poesie nel deserto

L’etimologia della parola araba “majnun” è inquietante: significa “posseduto dai jinn”. La tradizione sufi ha preso questa parola e l’ha trasformata in qualcosa di completamente diverso. Majnun non è più il nome di una malattia, ma dell’amore divino.

La sua storia più celebre è quella di Layla e Majnun. Majnun vaga nel deserto, scarmigliato, e non smette di comporre versi. I sufi non lo considerano vittima di un amore qualunque. Per loro Majnun è il simbolo di un’anima che ha amato Dio fino a impazzire.

C’è anche un’altra lettura della storia: Majnun in realtà è un giovane di nome Qays. L’amore per Layla lo rende “pazzo” agli occhi della società. Ma i poeti sufi — da Nizami a Fuzuli — hanno trasformato questa vicenda da tragedia amorosa in allegoria. Nelle loro mani Layla non è più una donna, ma un volto della bellezza divina. Qui la “follia” non è una diagnosi, è il prezzo dell’amore più alto. Colui che la società dichiara “fuori di senno” ha in realtà visto qualcosa di più profondo di chiunque altro. Al lettore italiano questa figura non suonerà del tutto estranea: anche Orlando, nel poema di Ariosto, impazzisce per amore — e il suo senno finisce sulla Luna, dove Astolfo va a recuperarlo. Ma c’è una differenza rivelatrice: per Ariosto la follia è un senno smarrito da restituire; per i sufi è una soglia da attraversare.

Questo sguardo non è rimasto una questione letteraria astratta. Un giorno Mansur al-Hallaj (858-922) pronunciò le parole “Ana al-Haqq” — cioè “Io sono la Verità”. Una frase che scandalizzò i dotti e i governanti del tempo, e il cui prezzo fu la condanna a morte. Ma la tradizione sufi non lo considerò né pazzo né eretico. Per loro al-Hallaj era un sapiente giunto al “fana”, lo stato in cui l’io si dissolve e si annulla in Dio. Ciò che dall’esterno sembrava follia, visto dall’interno era la verità stessa.

Il vero coraggio della tradizione sufi sta proprio qui: leggere la follia non come uno stato “incomprensibile”, ma come uno stato che ha “compreso troppo”. La maggior parte delle culture dichiara pericoloso ciò che non capisce. Questa tradizione fa l’esatto contrario: l’incomprensibilità non è una mancanza, è un segno di profondità. Ma non si tratta nemmeno di un’esaltazione irresponsabile. La tradizione sufi possedeva un intuito sottile che distingueva il “majdhub” da chi era davvero malato. Il punto non era santificare ogni delirio, ma riconoscere che certi stati non si pesano con la bilancia della ragione.

Il trionfo della ragione e le porte di ferro

Nell’Europa del Seicento accadde qualcosa di completamente diverso: i folli vennero rinchiusi. Il filosofo francese Michel Foucault lo chiama “il Grande Internamento”. In Francia nacque l’Hôpital Général, in Inghilterra il Bedlam. Ma non erano soltanto manicomi. Mendicanti, prostitute e folli furono stipati dietro le stesse mura.

La storia del Bedlam mostra questa logica a nudo. Le porte si aprirono ai visitatori già nel 1610. Quell’anno Lord Percy pagò dieci scellini per visitare l’ospedale e osservare gli internati. Col tempo la cosa divenne una fonte di guadagno. Per un penny poteva entrare chiunque. La pratica cessò soltanto nel 1770.

Il vero problema non era la crudeltà, ma la visione del mondo che vi stava sotto. Il secolo dei Lumi era il secolo dell’ordine, della classificazione e della produttività. Chi non poteva lavorare, ragionare, contribuire alla società non trovava posto in quel quadro. L’“irrazionale” doveva essere reso invisibile, nascosto dietro le mura. Era proprio questa l’enfasi di Foucault: il Bedlam non rappresentava soltanto i malati, ma la fuga di una società dal confronto con il proprio lato oscuro. Un’epoca che adorava la ragione trattò la sragione come un crimine.

L’origine della differenza non sta nella geografia, ma nella risposta alla domanda “che cos’è l’uomo?”. Nella tradizione sufi la ragione individuale è vista come un velo — uno strato che impedisce di raggiungere Dio e che va superato. Nella tradizione illuminista, invece, la ragione è insieme definizione e virtù. Ricordate la celebre frase di Cartesio: “Penso, dunque sono”. Questa frase fonda l’essere umano esattamente sulla sua ragione. L’una vede una realtà oltre la ragione; l’altra considera la ragione il fondamento stesso della realtà.

Mettendo le due prospettive una accanto all’altra, sorge una domanda: se entrambe guardano lo stesso essere umano e vedono cose così diverse, quanto ci appartiene davvero ciò che chiamiamo “normale”, e quanto è invece un confine tracciato dalla mappa in cui siamo nati? Il Majnun che camminava nel deserto, se fosse nato a Londra, forse sarebbe finito in una cella, osservato per un penny.

Dove entrambi gli sguardi hanno ragione

Il lato luminoso della tradizione sufi sta nella sua onestà. Certe cose non si afferrano con la ragione; invece di negarlo, la tradizione sufi lo ammette apertamente. Il controllo e la logica non offrono il quadro completo del mondo. La psichiatria moderna oggi discute la possibilità che alcune esperienze mistiche non siano patologia, ma un diverso stato di coscienza. La tradizione sufi lo aveva intuito secoli fa.

Il lato luminoso della tradizione illuminista, invece, sta nel suo senso di responsabilità. Studiare la follia in modo sistematico — chiedersi che cos’è, perché insorge, come passa — ha preparato il terreno alla neurologia e alla psicologia moderne. La critica di Foucault mostra il volto oscuro di questo sistema, e ha ragione. Ma la stessa curiosità razionale, col tempo, ha reso possibile anche la cura vera. Il prezzo è stato alto; eppure il guadagno di un approccio sistematico alla conoscenza non si può negare. I farmaci, le terapie e le diagnosi che oggi tendono la mano a una persona nel pieno di una crisi profonda sono i discendenti lontani di quella curiosità dall’apparenza fredda. E un capitolo di questa storia appartiene proprio all’Italia: nel 1978 la Legge Basaglia chiuse i manicomi, capovolgendo il gesto del Grande Internamento — non più nascondere il folle dietro le mura, ma riportarlo nella città, tra le persone. Franco Basaglia aveva intuito qualcosa che tiene insieme i due sguardi di questo articolo: si può curare senza rinchiudere, e rispettare senza abbandonare.

Le due tradizioni, in fondo, cercano di proteggere lo stesso essere umano, ma per strade opposte. Una lo protegge dentro la “sacralità del suo significato”, l’altra dentro la “possibilità di guarigione”. La compassione dell’una passa per il rispetto, quella dell’altra per l’intervento. Forse l’atteggiamento più maturo è non considerarle nemiche — pensarle come due mani che si completano a vicenda. Mentre una custodisce il senso, l’altra lenisce il dolore.

Tempo fa, in un libro capitatomi tra le mani, ho trovato questa frase: i pensieri non si possono controllare; cercare di fermarli è insensato. E soprattutto: i pensieri non hanno a che fare con il nostro carattere. Il carattere si forma con le scelte che facciamo nella vita, non con i pensieri che ci piombano in testa all’improvviso. Alla prima lettura mi è sembrata una frase un po’ strana. Poi ho capito: definire una persona guardando ciò che le gira per la mente forse non racconta quella persona — racconta chi la sta definendo. Come un pensiero che ti viene in mente: non l’hai invitato tu, e non ti rappresenta.

Una cultura chiede al folle: “Hai trovato il tuo Dio?”. L’altra chiede: “Hai preso la tua medicina?”. Entrambe hanno in parte ragione. Il punto vero è questo: la domanda che scegliamo di fare rivela ciò che siamo. Perché il modo in cui guardiamo una persona, il più delle volte, non racconta chi è lei — racconta chi siamo noi.

Scritto da S.K.C. a Vienna, il 2 luglio 2026.
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