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Oriente × Occidente

Il drago: venerato in Oriente, ucciso in Occidente

9 luglio 2026·6 min di lettura

“So che l’uccello vola, che il pesce nuota, che l’animale corre. Ma il drago non posso conoscerlo.” Queste parole, secondo quanto riporta lo storico Sima Qian, appartengono a Confucio.

Un giorno Confucio incontra Laozi e, tornato dai suoi discepoli, dice: “Oggi ho visto Laozi — somigliava a un drago.” In Oriente era il più grande elogio che si potesse rivolgere a un saggio: sei come un drago.

Negli stessi secoli, all’altro capo del continente, dire a qualcuno “sei come un drago” sarebbe stato un insulto: paragonarlo a un mostro. Il drago porta con sé, nei due mondi, un peso diametralmente opposto — eppure è anche il frutto di uno dei sogni condivisi più sorprendenti dell’umanità.

Popoli che non sapevano nulla gli uni degli altri, ai quattro angoli della terra, immaginarono una creatura grande, alata, potente. Ma ciò che le fecero fare generò prospettive diverse.

Il drago in Oriente: signore del cielo e dell’acqua

In Cina il drago (lóng — 龍) non era una creatura terrestre. Era il padrone del cielo e dell’acqua. Si credeva che vagasse tra le nuvole cariche di pioggia e dormisse sul fondo dei fiumi. Per una società agricola, il legame con il drago non era affatto astratto: terra senza pioggia significava campi senza semi. Onorare il drago era, in fondo, pregare perché la vita continuasse.

Per secoli l’imperatore cinese portò il titolo di “Figlio del Drago”. Sulla sua veste cerimoniale erano ricamati nove draghi, perché nel pensiero cinese il nove era il simbolo della completezza e del potere celeste. Sotto la dinastia Yuan, il drago a cinque artigli apparteneva soltanto all’imperatore; i nobili potevano usare solo quello a quattro artigli.

Anche la tradizione delle steppe mongole si colloca in un punto simile: il rispetto per una forza della natura che non si lascia dominare. In entrambe le tradizioni il drago era una presenza da celebrare.

Questo amore non si è mai spento. Ancora oggi i cinesi si definiscono con orgoglio “discendenti del drago”. Le lunghe figure di drago che serpeggiano per le strade durante le celebrazioni del nuovo anno non portano paura, ma un augurio di abbondanza e fortuna; decine di persone si infilano sotto un drago e lo fanno danzare.

Ciò che trovo più interessante è questo: che una cultura identifichi la sua carica più alta con una forza che non è riuscita ad addomesticare è una scelta sorprendente. Quando l’imperatore si proclama figlio del drago, non sta dicendo “anch’io sono una forza incontrollabile della natura”; sta trasmettendo il messaggio “so inchinarmi davanti a quella forza, e qualcosa di quella forza vive anche in me”. Non combattere la potenza, ma imparentarsi con essa, porta con sé anche l’autorità.

Il drago in Occidente: il mostro da uccidere

La teologia cristiana ereditò il drago dal Leviatano dell’Antico Testamento: il grande mostro marino, incarnazione del male. San Giorgio che uccide il drago appostato alle porte di un villaggio fu la storia più ripetuta dell’Europa medievale — e non a caso l’arte italiana la rese indimenticabile: dal San Giorgio e il drago di Paolo Uccello al ciclo di Carpaccio nella Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Venezia, la lancia che trafigge la bestia divenne un’immagine familiare quanto un campanile. Nell’antica Grecia il paesaggio era lo stesso. Apollo uccise il serpente-drago Pitone per impadronirsi del centro oracolare; Perseo salvò Andromeda dal mostro marino. La creatura che in Oriente veniva ricamata sul trono, in Occidente si trovò esattamente davanti alla spada.

Questa ostilità raggiunse col tempo un culmine teologico. Nell’Apocalisse di Giovanni il drago è identificato direttamente con Satana — un mostro rosso a sette teste, il male in persona. Così l’eroe che uccide il drago non salvava più soltanto un villaggio: diventava la figura che sconfigge il male in nome del bene. Per questo San Giorgio divenne il patrono dell’Inghilterra, della Georgia e di tanti altri luoghi; l’immagine di lui che trafigge il drago con la lancia divenne una delle scene più ripetute dell’arte cristiana. Il drago non era più una creatura potentissima, ma il simbolo del caos da sconfiggere.

L’origine di questa divergenza sta nella fede. Nella civiltà agricola cinese, pioggia, vita e drago erano anelli della stessa catena. Dichiarare nemico il drago sarebbe stato come dichiarare nemica la pioggia — a nessuno sarebbe mai venuto in mente. Nel quadro cristiano, invece, all’uomo era stato dato l’ordine di “dominare la terra”. Questo sguardo codificò le forze incontrollate della natura come entità da addomesticare o da distruggere. Il drago fu la vittima perfetta di questo schema: non si poteva addomesticare, non si poteva ignorare; restava una sola strada — ucciderlo.

Una società consolidò il proprio potere stringendo un legame di parentela con il drago; l’altra, opponendosi a lui.

Il drago è soltanto uno specchio; ciò che vediamo davvero è il rapporto che la cultura che vi si specchia intrattiene con l’incontrollabile nella natura. Un mostro che sputa fiamme va fermato? O va accettato e interiorizzato come parte di sé? Una società ha definito il drago come l’altro, l’altra come qualcosa di proprio.

Forse l’origine del drago era orientale, e l’Occidente, uccidendo questo elemento imparentato con gli imperi dell’Est, dichiarava anche la propria superiorità. Il punto resta aperto, perché raffigurazioni di draghi compaiono in parallelo sia nelle società orientali sia in quelle occidentali, e trasformare il drago in un pezzo di una guerra tra culture potrebbe essere un errore.

Che cosa hanno dato all’umanità le due storie?

Quando identifichi una forza con te stesso, quando la fai tua, ne trai energia: non hai bisogno di combatterla.

La tradizione cinese, mettendo il drago nel cuore della cultura, produsse onore, non paura. E mantenne vivo il proprio legame con la natura. L’atteggiamento mongolo di “rispetto per la natura severa” ci porta alla stessa conclusione: la forza invincibile non è un nemico, ma un grande maestro. Questo sguardo torna ad acquistare valore oggi, nell’era del clima; ogni pensiero che invita non a vincere la natura ma a vivere in armonia con essa è, in fondo, un’eco di quell’antico rispetto per il drago.

In Occidente, invece, il racconto dell’eroe che uccide il drago organizzò le persone di fronte a ciò che sembrava impossibile. Era esattamente ciò di cui il contadino medievale aveva bisogno contro la peste, la carestia, l’incertezza — una forza muscolare fatta di narrazione.

Dire “uccideremo il mostro” pose le basi per agire come comunità, invece di restare paralizzati dalla paura. Si potrebbe dire che l’inclinazione all’azione dell’Occidente si nutra in parte di questa abitudine a uccidere draghi. Il coraggio di vedere la malattia, l’ignoranza, l’ingiustizia come altrettanti “draghi” e di marciare loro contro è, al contrario dell’accettazione, la versione moderna di quell’abitudine mitologica.

Forse l’essere non identificato che vola nel cielo sputando fiamme non è la creatura nascosta dietro le nuvole, ma lo sguardo del nostro stesso cuore sulla natura.

Che l’Oriente, invece di temere una forza, ne indossi le vesti e la faccia danzare per il nuovo anno mi sembra di una tenerezza disarmante.

Scritto da S.K.C. a Qingdao, il 18 aprile 2025.
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